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sabato 5 maggio 2018

Vite

Di corsi e ricorsi
di parole dette e sentite.

Vite.

Senza freni
solo fermate.

Brevi.

Paesaggi scorrono
e incontri e scontri.

Mete.

Di giochi nei prati
e pianti.

Vite.

mercoledì 22 marzo 2017

Verità vo cercando

Bombardato ogni giorno dal politicamente corretto, imperterrito navigo controcorrente. La notizia è spesso dietro la notizia, nascosta, velata. Non è facile ma non vedo alternativa. Il bianco non è grigio se così dicono tutti. Non tutto è relativo. Verità vo cercando che'è sì cara.

martedì 24 gennaio 2017

Quale social?

Un fiume continuo ci bombarda ogni giorno.

Dove impegnarsi per esprimersi meglio? Instagram (o il più raffinato Pinterest) con le sue foto e le sue storie, che resistono il tempo di un soffio e soddisfano il nostro desiderio esibizionistico o voyeuristico. L'etereo snapchat dove nulla resta? Facebook con i suoi gattini e i suoi gruppi organizzati in compartimenti stagni? Youtube dove chiunque è il migliore e si permette di giudicare tutto e tutti? Il nuovo e sbarazzino Musical.ly dove l'imitatore che è in noi esce allo scoperto e perde ogni freno? Tumblr dove il microblogging regna caotico?

Forse il meno peggio è twitter, dove informazioni, parole e link danno la possibilità di avere un'opinione. Di condensarla in pochi caratteri. Di diffonderla. Anche su twitter tutto passa veloce? Certo. Ma una foto o un video non sapranno mai dire chi sei più di parole scritte. Ortografia, sintassi, concisione, scelta delle parole e degli argomenti riveleranno di più di noi, di quanto possano fare una foto in posa o un video in cui recitiamo una parte.

Fine.

Cosa? I blog? Non li metterei fra i social, chi frequenta un blog fa un passo ulteriore a chi frequenta un social. Cerca un approfondimento (a volte vanamente come chi sta leggendo queste righe), cerca un parere. Chi si ferma su un blog esce dal fiume di chiacchiere per avere un po' di silenzio e riflettere.

Forse.

mercoledì 3 agosto 2016

Non odio.

Vorrei fare una precisazione, visto che di questi tempi l'accusa di essere 'odiatori' è molto frequente.

Non odio.

Sì, non odio nessuno, non odio gli islamici, non odio i buonisti che li incoraggiano. Non odio. Non è odio desiderare di vivere tranquilli a casa propria. Non è odio voler passeggiare su un lungomare senza che un camion ci investa. Non è odio voler prendere un treno, un aereo o una metropolitana senza il rischio di non uscirne. Non è odio voler andare a Messa senza che il parroco venga sgozzato. Non è odio voler andare al ristorante o ad un concerto senza rischiare di saltare per aria. Non è odio affermare che la mia religione (cattolica apostolica romana) non c'entra nulla con quella islamica. Non è odio dire che il mio Dio non è il loro Allah. Non è odio dire che la storia ci racconta di 1400 anni di tentativi islamici di conquista dell'Europa. Non è odio affermare che il cattolicesimo è religione di pace, amore, di porgere l'altra guancia ma nel contempo di difesa della vita, della famiglia, della patria. Non è odio affermare che l'islam non è religione di pace; non lo è stata finora, se lo diventerà meglio per loro, ma hanno un grande lavoro da fare. Non è odio dire che tra il Vangelo e il Corano la differenza è evidente. Non è odio ricordare che Gesù è stato ucciso mentre il loro Profeta ha ucciso. Non è odio dire che la mia religione è indubitabilmente quella vera. Non è odio pregare per la conversione di chi non crede. Non è odio dire che un terrorista che grida Allah Akbar è un musulmano. Non è odio dire che chi sgozza recitando sure e versetti del Corano è un musulmano. Non è odio desiderare che l'odio non ci uccida. Non è odio dire che l'islam moderato non si vede (dove sono le manifestazioni dei moderati a favore dell'occidente? Dove sono i moderati che denunciano i terroristi? Dove sono i moderati che vanno a combattere lo stato islamico? Io non ne ho visti.) Non è odio dire che le moschee non sono come le chiese (al limite come gli oratori, dove ci si incontra e catechizza).

Non è odio dire che finché nei paesi islamici non ci sarà libertà per i cristiani di pregare o costruire chiese, nemmeno loro potranno costruire moschee qui. Non è odio chiedere che gli stranieri di fede islamica parlino italiano. Non è odio chiedere loro di rispettare la nostra cultura, la nostra religione. Non è odio chiedere che conoscano la nostra cultura, la nostra storia. Non è odio chiedere che oltre a diritti abbiano anche doveri. Non è odio volere crocifissi, capitelli e Chiese. Non è odio chiedere che si adeguino al nostro stile di vita. Non è odio chiedere che se ne vadano se non gli va bene. Non è odio chiedere che si adeguino al nostro modo di vestire, non giriamo con le tuniche, solo le suore portano il velo e mai integrale. Non è odio dire che la donna vale quanto l'uomo. Non è odio dire che qui ogni donna è libera di fare le sue scelte al di là dei desideri di padri fratelli o mariti. Non è odio dire che ognuno è libero di seguire la sua religione nel rispetto di tutti e anche di cambiarla senza che qualcuno abbia da ridire alcunché. Non è odio chiedere che chi non rispetta anche solo una di queste cose non sia il benvenuto.

Non è odio voler proteggere ciò che i nostri avi hanno costruito. Non è odio voler conservare la nostra arte, i quadri, i dipinti, le sculture, senza che si debba quasi vergognarsene perché offenderebbero qualcuno. Non è odio ricordare che i nostri santi hanno protetto l'occidente dall'invasione islamica, che le preghiere dei nostri avi hanno scongiurato questa sciagura. Non è odio dire che l'Europa libera che conosciamo esiste solo grazie al cristianesimo e cattolicesimo in particolare. Non è odio dire che le radici dell'Europa sono profondamente radicate nel cristianesimo e non nell'islam. Non è odio chiedere rispetto. Non è odio nemmeno pretenderlo. Non è odio. Non lo è.

Non odio.

Amo la mia terra, la mia gente, le mie chiese e i miei crocifissi, amo la libertà, amo la mia religione, amo il rispetto, amo i doveri e i diritti che ne seguono, amo la mia storia le nostre storie, prego per questa società disastrata e ferita, prego perché cambi. Amo la pace. Amo la vita.

Amo.

Lasciatemi amare.



sabato 16 luglio 2016

L'Anticristo secondo Solov’ëv spiegato dal cardinal Giacomo Biffi.

L’Anticristo, una persona perbene. 
La lezione (inascoltata) del grande Solov’ëv 
spiegata dal cardinal Giacomo Biffi.

Filantropo, pacifista, vegetariano, animalista, esegeta, ecumenista. Il nemico descritto dal filosofo russo Nel 1900 incarna la crisi del cristianesimo odierno.

Il 31 luglio del 1900 (13 agosto secondo il calendario gregoriano) moriva Vladimir Sergeevic Solov’ëv, teologo e filosofo, da molti considerato il pensatore più importante della storia russa. Quello che segue è l’intervento pronunciato a Bologna nel centesimo anno dalla scomparsa, dall’allora arcivescovo della città, Giacomo Biffi (Milano, 13 giugno 1928 – Bologna, 11 luglio 2015). Il cardinale, è stato un profondo conoscitore ed estimatore del pensiero di Solov’ëv.
Vladimir Sergeevic Solov’ëv è morto cento anni fa, il 31 luglio (13 agosto secondo il calendario gregoriano) dell’anno 1900. È morto sul limitare del secolo Ventesimo: un secolo del quale egli, con singolare accuratezza, aveva preannunciato le vicissitudini e i guai, un secolo che avrebbe però tragicamente contraddetto nei fatti e nelle ideologie dominanti i suoi più rilevanti e più originali insegnamenti. È stato dunque, il suo, un magistero profetico e al tempo stesso un magistero largamente inascoltato.
Un magistero profetico
Al tempo del grande filosofo russo, la mentalità più diffusa – nell’ottimismo spensierato della belle époque – prevedeva per l’umanità del secolo che stava per cominciare un avvenire sereno: sotto la guida e l’ispirazione della nuova religione del progresso e della solidarietà senza motivazioni trascendenti, i popoli avrebbero conosciuto un’epoca di prosperità, di pace, di giustizia, di sicurezza. Nel ballo Excelsior – una coreografia che negli ultimi anni del secolo XIX aveva avuto uno straordinario successo (e avrebbe poi dato il nome a una serie innumerevole di teatri, di alberghi, di cinema) – questa nuova religione aveva trovato quasi una sua liturgia.
Victor Hugo aveva profetizzato: «Questo secolo è stato grande, il prossimo secolo sarà felice». Solov’ëv invece non si lascia incantare da quel candore laicistico e anzi preannunzia con preveggente lucidità tutti i malanni che poi si sono avverati.
Già nel 1882, nel Secondo discorso sopra Dostoevskij, egli parrebbe aver presagito e anticipatamente condannato l’insipienza e l’atrocità del collettivismo tirannico che qualche decennio dopo avrebbe afflitto la Russia e l’umanità: «Il mondo – afferma – non deve essere salvato col ricorso alla forza (…). Ci si può figurare che gli uomini collaborino insieme a qualche grande compito, e che a esso riferiscano e sottomettano tutte le loro attività particolari; ma se questo compito è loro imposto, se esso rappresenta per loro qualcosa di fatale e di incombente, (…) allora, anche se tale unità abbracciasse tutta l’umanità, non sarà stata giusta l’umanità universale, ma si avrà solo un enorme “formicaio”», quel «formicaio» che in effetti sarebbe stato poi attuato dall’ideologia ottusa e impietosa di Lenin e Stalin.
Nell’ultima pubblicazione – I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo, opera compiuta la domenica di Pasqua del 1900 – è impressionante rilevare la chiarezza con cui Solov’ëv prevede che il secolo XX sarà «l’epoca delle ultime grandi guerre, delle discordie intestine e delle rivoluzioni». Dopo di che – egli dice – tutto sarà pronto perché perda di significato «la vecchia struttura in nazioni separate e quasi ovunque scompaiano gli ultimi resti delle antiche istituzioni monarchiche». Si arriverà così alla «Unione degli Stati Uniti d’Europa».
Soprattutto è stupefacente la perspicacia con cui descrive la grande crisi che colpirà il cristianesimo negli ultimi decenni del Novecento. Egli la raffigura nella icona dell’Anticristo, personaggio affascinante che riuscirà a influenzare e a condizionare un po’ tutti. In lui, come è qui presentato, non è difficile ravvisare l’emblema, quasi l’ipostatizzazione, della religiosità confusa e ambigua di questi nostri anni: egli – dice Solov’ëv – sarà un «convinto spiritualista», un ammirevole filantropo, un pacifista impegnato e solerte, un vegetariano osservante, un animalista determinato e attivo.
Sarà, tra l’altro, anche un esperto esegeta: la sua cultura biblica gli propizierà addirittura una laurea «honoris causa» della facoltà di Tubinga. Soprattutto, si dimostrerà un eccellente ecumenista, capace di dialogare «con parole piene di dolcezza, saggezza ed eloquenza». Nei confronti di Cristo non avrà «un’ostilità di principio»; anzi ne apprezzerà l’altissimo insegnamento. Ma non potrà sopportarne – e perciò la censurerà – la sua assoluta «unicità»; e dunque non si rassegnerà ad ammettere e a proclamare che egli sia risorto e oggi vivo.
Si delinea qui, come si vede, e viene criticato, un cristianesimo dei «valori», delle «aperture» e del «dialogo», dove pare che resti poco posto alla persona del Figlio di Dio crocifisso per noi e risorto, e all’evento salvifico. Abbiamo di che riflettere. La militanza di fede ridotta ad azione umanitaria e genericamente culturale; il messaggio evangelico identificato nel confronto irenico con tutte le filosofie e con tutte le religioni; la Chiesa di Dio scambiata per un’organizzazione di promozione sociale: siamo sicuri che Solov’ëv non abbia davvero previsto ciò che è effettivamente avvenuto, e che non sia proprio questa oggi l’insidia più pericolosa per la «nazione santa» redenta dal sangue di Cristo? È un interrogativo inquietante e non dovrebbe essere eluso.
Un magistero inascoltato
Solov’ëv ha capito come nessun altro il secolo Ventesimo, ma il secolo Ventesimo non ha capito lui. Non è che gli siano mancati i riconoscimenti. La qualifica di massimo filosofo russo non gli viene di solito contestata. Von Balthasar ritiene il suo pensiero «la più universale creazione speculativa dell’epoca moderna» e arriva perfino a collocarlo sullo stesso piano di Tommaso d’Aquino. Ma è innegabile che il secolo Ventesimo, nel suo complesso, non gli ha prestato alcuna attenzione e anzi si è puntigliosamente mosso in senso opposto a quello da lui indicato.
Sono lontanissimi dalla visione solov’ëviana della realtà gli atteggiamenti mentali oggi prevalenti, anche in molti cristiani ecclesialmente impegnati e acculturati. Tra gli altri, tanto per esemplificare: l’individualismo egoistico, che sta sempre di più segnando di sé l’evoluzione del nostro costume e delle nostre leggi; il soggettivismo morale, che induce a ritenere che sia lecito e perfino lodevole assumere in campo legislativo e politico posizioni differenziate dalla norma di comportamento alla quale personalmente ci si attiene; il pacifismo e la non-violenza, di matrice tolstoiana, confusi con gli ideali evangelici di pace e fraternità, così che poi si finisce coll’arrendersi alla prepotenza e si lasciano senza difesa i deboli e gli onesti; l’estrinsecismo teologico che, per timore di essere tacciato di integrismo, dimentica l’unità del piano di Dio, rinuncia a irradiare la verità divina in tutti i campi, abdica a ogni impegno di coerenza cristiana.
In special modo il secolo Ventesimo – nei suoi percorsi e nei suoi esiti sociali, politici, culturali – ha contraddetto clamorosamente la grande costruzione morale di Solov’ëv. Egli aveva individuato i postulati etici fondamentali in una triplice primordiale esperienza, nativamente presente in ogni uomo: vale a dire nel pudore, nella pietà verso gli altri, nel sentimento religioso. Ebbene, il Novecento – dopo una rivoluzione sessuale egoistica e senza saggezza – è approdato a traguardi di permissivismo, di ostentata volgarità e di pubblica spudoratezza, che sembra non avere paragoni adeguati nella vicenda umana.
È stato poi il secolo più oppressivo e più insanguinato della storia, privo di rispetto per la vita umana e privo di misericordia. Non possiamo certo dimenticare l’orrore dello sterminio degli ebrei, che non sarà mai esecrato abbastanza. Ma sarà bene ricordare che non è stato il solo: nessuno ricorda il genocidio degli Armeni a cavallo della Prima Guerra Mondiale; nessuno si avventura a fare il conto delle vittime sacrificate inutilmente nelle varie parti del mondo all’utopia comunista.
Quanto al sentimento religioso, durante il secolo Ventesimo in Oriente è stato per la prima volta proposto e imposto su una vasta parte di umanità l’ateismo di Stato, mentre nell’Occidente secolarizzato si è diffuso un ateismo edonistico e libertario, fino ad arrivare all’idea grottesca della «morte di Dio».
In conclusione, Solov’ëv è stato indubbiamente un profeta e un maestro; ma un maestro, per così dire, inattuale. Ed è questa, paradossalmente, la ragione della sua grandezza e della sua preziosità per il nostro tempo. Appassionato difensore dell’uomo e allergico a ogni filantropia; apostolo infaticabile della pace e avversario del pacifismo; propugnatore dell’unità tra i cristiani e critico di ogni irenismo; innamorato della natura e lontanissimo dalle odierne infatuazioni ecologiche; in una parola, amico della verità e nemico dell’ideologia. Proprio di guide come lui abbiamo oggi un estremo bisogno.
Foto Giacomo Biffi: Ansa
Fonte: Tempi.it

domenica 14 febbraio 2016

Sul festival.

Finito il festival del pensiero unico, della mancanza di coraggio, cosa resta? Le canzoni, per fortuna, del resto come ci insegna Vasco, nascono da sole, vengono fuori già con le parole, sono come i fiori, sono come i sogni. Sarebbe bastato un minimo di informazione e non avremmo visto tanti nastrini volteggiare su quel palco, perché non si parla di discriminare qualcuno, ma di difendere chi voce non ne ha, chi non viene ascoltato perché qualcuno urla più forte. Discutere non ha molto senso con chi non vuole ascoltare. Resta la consapevolezza che la verità vincerà, il tempo è galantuomo, Resta una preoccupazione. quanto ci costerà?

Gilbert Keith Chesterton

sabato 26 dicembre 2015

Meditazione sul Natale di Joseph Ratzinger. Buon Natale a tutti.

Natale, il giorno di nascita della luce invitta
di Joseph Ratzinger*

«La paura e la speranza»

Le luci di Natale risplendono di nuovo nelle nostre strade, l’«operazione Natale» è in pieno svolgimento. E per un istante anche la Chiesa viene fatta partecipe, per così dire, della congiuntura favorevole: quando cioè, nella Notte santa, le chiese si stipano di tanta gente che però, in seguito, per molto tempo passerà ancora dinanzi alle loro porte come a qualcosa di molto lontano ed estraneo, come a qualcosa che non la riguarda. Eppure, in questa notte, per un istante Chiesa e mondo sembrano riconciliarsi. Ed è bello! Le luci, l’incenso, la musica, lo sguardo delle persone che ancora credono; e, infine, il misterioso, antico messaggio del bambino che nacque molto tempo fa a Betlemme ed è chiamato il redentore del mondo: «Cristo, il salvatore, è qui!». Questo ci commuove; eppure, i concetti che in quel momento udiamo - «redenzione», «peccato», «salvezza» - suonano come parole che ci giungono da un mondo lontano, da un tempo ormai passato: forse era bello quel mondo, ma, in ogni caso, non è più il nostro. O lo è invece?

Il mondo in cui sorse la festa di Natale era dominato da un sentimento diffuso molto simile al nostro. Si trattava di un mondo in cui il «crepuscolo degli dei» non era un modo di dire, ma un fatto reale. Tutt’a un tratto, gli antichi dèi erano divenuti irreali: non esistevano più e gli uomini non potevano più credere in quello che, per generazioni, aveva dato senso alla loro vita. Ma l’uomo non può vivere senza un senso, ne ha bisogno come del pane quotidiano. E così, tramontati gli antichi astri, egli dovette cercare nuove luci. Ma dov’erano?

Una corrente abbastanza diffusa gli offriva come alternativa il culto della «luce invitta», del sole, che giorno dopo giorno fa il suo corso sulla terra, sicuro di vincere e forte quasi come un dio visibile di questo mondo. Il 25 dicembre, al centro com’è dei giorni del solstizio invernale, soleva essere commemorato annualmente come il giorno natalizio della luce che si rigenera in tutti i tramonti, garanzia radiosa che, in tutti i tramonti delle luci caduche, la luce e la speranza del mondo non vengono meno e che da tutti i tramonti si diparte una strada che conduce a un nuovo inizio. Le liturgie della religione del sole molto abilmente si erano così appropriate di una paura e insieme di una speranza originarie dell’uomo. L’uomo primitivo, che un tempo avvertiva l’arrivo dell’inverno nel progressivo allungarsi delle notti d’autunno e nel progressivo indebolirsi della forza del sole, ogni volta si era chiesto pieno di paura: «Il sole dorato ora morirà? Ritornerà? O non sarà vinto quest’anno (o in uno degli anni a venire) dalle forze malvagie delle tenebre, tanto da non ritornare mai più?». Sapere che ogni anno tornava un nuovo solstizio d’inverno dava in fondo la certezza della sempre nuova vittoria del sole, del suo certo, perpetuo ritorno. È la festa in cui si compendia la speranza, anzi, la certezza dell’indistruttibilità delle luci di questo mondo. Quest’epoca, nella quale alcuni imperatori romani, con il culto del sole invitto, cercarono di dare ai loro sudditi una nuova fede, una nuova speranza, un nuovo senso in mezzo all’inarrestabile crollo delle antiche divinità, coincise col tempo in cui la fede cristiana tentò di guadagnare il cuore dell’uomo greco-romano. Ed essa trovò proprio nel culto del sole uno dei suoi antagonisti più insidiosi. Si trattava di un segno fin troppo visibile agli occhi degli uomini, molto più visibile e attraente del segno della croce nel quale giungevano gli annunciatori della fede in Cristo. Eppure, la loro fede e la loro luce invisibile ebbero il sopravvento sul quel messaggio visibile col quale l’antico paganesimo cercò di affermarsi.

Molto presto i cristiani rivendicarono a sé il 25 dicembre, il giorno natalizio della luce invitta, e lo celebrarono come il giorno della nascita di Cristo, in cui essi avevano trovato la vera luce del mondo. Dicevano ai pagani: «Il sole è buono e noi ci rallegriamo quanto voi per la sua continua vittoria. Ma il sole non possiede alcuna forza da se stesso. Può esistere e avere forza solo perché Dio lo ha creato. Esso quindi ci parla della vera luce, di Dio. Ed è il vero Dio che si deve celebrare, la sorgente originaria di ogni luce, non la sua opera, che non avrebbe alcuna forza senza di lui. Ma questo non è ancora tutto e nemmeno la cosa più importante. Non vi siete accorti infatti che esistono un’oscurità e un freddo rispetto ai quali il sole è impotente? Sono quell’oscurità e quel freddo che provengono dal cuore ottenebrato dell’uomo: odio, ingiustizia, cinico abuso della verità, crudeltà e degradazione dell’uomo...». E a questo punto ci accorgiamo d’improvviso quanto tutto questo sia per noi stimolante e attuale, sentiamo che il dialogo del cristiano con gli adoratori romani del sole è come il dialogo del credente di oggi col suo fratello non credente, è il dialogo incessante tra fede e mondo. Certo, la paura primitiva che il sole un giorno potrebbe scomparire ormai non ci agita più: la fisica, col fresco soffio delle sue formule chiare, l’ha scacciata da tempo.

È vero, la paura primitiva è passata, ma è anche scomparsa la paura in assoluto? O l’uomo non continua forse a essere definito dalla paura, a tal punto che la filosofia di oggi indica la paura proprio come «esistenziale fondamentale» dell’uomo? Quale epoca della storia dell’umanità ha, più della nostra, sperimentato una paura maggiore di fronte al proprio futuro? Forse l’uomo di oggi si accanisce così tanto nel presente solo perché non sopporta di guardare negli occhi il futuro: il solo pensarvi gli procura degli incubi. Non temiamo più che il sole possa essere sopraffatto dalle tenebre e non tornare; ma abbiamo paura del buio che proviene dagli uomini; scoprendo solo così quella vera oscurità che, in questo secolo di disumanità, abbiamo sperimentato più spaventosamente di quanto le generazioni che ci hanno preceduto avrebbero mai potuto immaginare. Abbiamo paura che il bene nel mondo divenga impotente, che non abbia più senso scegliere la verità, la purezza, la giustizia, l’amore, perché ormai nel mondo vale la legge di chi meglio sa farsi strada a gomitate, visto che il corso della storia sembra dare ragione a chi è senza scrupoli e brutale, non ai santi. E, d’altronde, non vediamo forse di fronte ai nostri occhi dominare il denaro, la bomba atomica, il cinismo di coloro per i quali non esiste più nulla di sacro? Spesso ci sorprendiamo in preda al timore che, alla fine, non vi sia alcun senso nel caotico corso di questo mondo; che, in fondo, la storia del mondo distingua solo fra gli sciocchi e i forti... Domina la sensazione che le forze oscure aumentino, che il bene sia impotente: ci assale più o meno quella stessa sensazione che, un tempo, prendeva gli uomini quando, in autunno e in inverno, il sole sembrava combattere la sua battaglia decisiva: «La vincerà? Il bene conserverà il suo senso e la sua forza nel mondo?».

Nella stalla di Betlemme ci è dato il segno che ci fa rispondere lieti: «Sì». Perché quel bambino, il Figlio unigenito di Dio, è posto come segno e garanzia che, nella storia del mondo, l’ultima parola spetta a Dio, proprio a quel bambino lì, che è la verità e l’amore. È questo il senso vero del Natale: è il «giorno di nascita della luce invitta», il solstizio d’inverno della storia del mondo che, nell’andamento altalenante di questa nostra storia, ci dà la certezza che anche qui la luce non morirà, ma ha già in pugno la vittoria finale.

*«La paura e la speranza», è l’ultima di tre meditazioni sul Natale scritte tra il 1959 e il 1960 da Joseph Ratzinger, futuro Benedetto XVI

venerdì 3 gennaio 2014

2014 ancora qui!

Molto più difficile del previsto tenere aggiornato il blog, la scusa è che non c'è mai il tempo per farlo. La verità è che ci vogliono costanza ed impegno, e se del secondo non mi posso lamentare è della costanza che manco totalmente. La passione però è tanta e come ogni tanto accade riemerge e prende in mano la tastiera. Si riparte quindi? Certo, senza direzione. Come sempre. Ma in viaggio. Ed è questo il bello.

Alla prossima.


mercoledì 30 ottobre 2013

Domande al vento

Non tutte le domande possono avere risposta, ma delle volte sentiamo la necessità di farle ugualmente. Vengono da dentro, dal profondo. Due in particolare sento bussare con veemenza. La prima è quella che meno comprendo. Perché la cattiveria? La seconda è già più comprensibile e spesso si trova interconnessa alla prima in modo indissolubile. Perché l'arroganza?

venerdì 12 luglio 2013

Blognote /5 Le parole

Internet, le immagini, i video, sembrava che le parole avessero perso importanza. L'avvento di facebook pareva aver dato il colpo do grazia. Invece comparve uno strano mezzo, fatto solo di parole, poche ma nient'altro. 140 caratteri lo spazio di un sms. Poco più di brevi cinguettii ma sufficienti. Opinioni, stati d'animo anche solo commenti alle cose più disparate, ma scritti. La parola che tornava al primo posto.

La parola che rivela sempre chi la scrive, perché non ci si può nascondere a lungo fra le parole. Prima o poi mostrano chi sei.

Twitter.

sabato 6 luglio 2013

Blognote /4 Province e demagogia

Per prima cosa leggiamo assieme il significato del termine demagogia.

Demagogia è un termine di origine greca (composto di demos, "popolo", e agein, "trascinare") che indica un comportamento politico che attraverso false promesse vicine ai desideri del popolo mira ad accaparrarsi il suo favore. Spesso il demagogo fa leva su sentimenti irrazionali e bisogni sociali latenti, alimentando la paura o l'odio nei confronti dell'avversario politico o di minoranze utilizzate come "capro espuatorio" e come "nemico pubblico", utile alla formazione di un fronte comune, uniformato temporaneamente dalla medesima lotta e dunque scevro di dissenso interno.

E' evidente che l'eliminazione delle province cui improvvisamente tanto tengono i politici italiani abbia una connotazione demagogica. Le funzioni che svolgono serviranno comunque e avranno costi analoghi se non superiori. I dipendenti saranno trasferiti alle regioni, nuovi enti nasceranno per assolvere alle funzioni ora alle province (si, se ne parla già). Nelle grandi città, Roma, Milano, Napoli è ovvio che le province abbiano scarso significato fra la popolazione, ma fuori dai grandi centri assumono più importanza. Non tralascio l'aspetto dei servizi che rendono ai cittadini, pensate in caso di abolizione delle province quanta strada dovremo percorrere in più per adempimenti nei capoluoghi di regione, molto più lontani di quelli di provincia (non ditemi che ci saranno sedi decentrate perché allora dove sarebbero i tagli? Solo cambi di nome?).

Ma come possono pensare, nel paese dei campanili, delle forti identità locali, anche solo pensare di cancellare le province?. Vi faccio una domanda, vi sentite più Laziali, Piemontesi, Lombardi, Campani, Pugliesi, Veneti, Toscani; oppure Romani, Torinesi, Astigiani, Bresciani, Bergamaschi, Salernitani, Casertani, Baresi, Leccesi, Veronesi, Vicentini, Trevigiani, Fiorentini, Aretini, Senesi etc.? Se vi chiedono da dove venite rispondete citando  la regione o la provincia? Risposta ovvia, la provincia.  Questo vale relativamente per chi abita nelle grandi città, ma tanto per loro la scappatoia c'è già, le aree metropolitane, che cosa sono se non province con un diverso nome?

Si chiama DEMAGOGIA e noi ci caschiamo, come dei fessi.

La cartina aggiornata delle province dopo l'approvazione del decreto legge relativo al loro riordino, 31 ottobre 2012. Il consiglio dei ministri ha infatti approvato il dl di riforma delle Province. Il ministro Patroni Griffi ha spiegato che i nuovi enti da 86 diventeranno 51 'comprese le città metropolitane',
attivi dal 1 gennaio 2014 e che invece da gennaio prossimo verranno meno le giunte provinciali. Nella fase di transizione 'sarà possibile per il Presidente delegare non più di tre consiglieri'. A novembre del 2013 si terranno le nuove elezioni. Confermato 'il divieto di cumulo di emolumenti per le cariche
presso gli organi comunali e provinciali' e 'l'abolizione degli assessorati'. ANSA

Le province sono quindi l'anello debole tra i comuni e le regioni, l'agnello sacrificale. L'opinione pubblica chiede tagli ai costi della politica e il governo glieli dà, ma in questo modo arriveranno risparmi prossimi allo zero, con tutta una serie di incognite per il corretto funzionamento di quei servizi, come gli uffici di collocamento, le strade, le scuole provinciali, che fino a ieri garantivano le province e  che dopo dovrebbero fare capo ai comuni, pur essendo materie che travalicano i confini comunali.

Luigi Sappia (presidente della provincia di Imperia):

I risparmi saranno prossimi allo zero,  il personale segue funzioni le quali, se sono necessarie, dovranno in qualche modo continuare a essere garantite. Sto parlando per esempio di quegli ambiti come ambiente, settore discariche, trasporti e viabilità, che oggi garantiamo noi. Il personale, è chiaro, continuerà a ricevere le giuste retribuzioni. A queste bisogna aggiungere i costi dei trasferimenti. Vede, già lo scorso anno, quando fu approvata l’elezione di secondo grado e il dimezzamento dei consigli provinciali, era stato ridotto quel poco peso che avevano i consigli. Ma sa quanto guadagnano i consiglieri provinciali? Glielo dico io: 30 euro a seduta per consigliere. Al massimo, se sono tante, sono due-tre al mese. Sa quanto guadagna un presidente di provincia? 2996 per dodici mensilità. Dove sono stati i risparmi?

Il Governo, in questo modo, viene meno al principio basilare della buona legislazione per il quale “prima di decidere bisogna conoscere” . Prima di chiudere riporto alcune dichiarazioni di Antonio Saitta presidente dell'Upi (unione province italiane):

“Ma davvero il Governo pensa che con un 'provvedimento bandiera' , che cancella con un tratto di penna la parola Province dalla Costituzione e 150 anni di storia del Paese, si riconquisti la fiducia degli italiani nella politica? Basterebbe uscire dai Palazzi e tornare sui territori per capire che la sfiducia dei cittadini è tutta nell’incapacità di dare risposte sui problemi veri, sulle emergenze sociali, sul dramma della disoccupazione e sulla crisi dell’economia. Se il Governo, come ha detto, crede che l’abolizione delle Province possa servire a nascondere le vere emergenze, davvero non conosce il Paese” e ancora "Sanno che l’Italia non è il paese delle metropoli ma delle piccole città, che senza Province resterebbero abbandonate. E sanno anche che le riforme vere, quelle che ancora il Governo non ha iniziato ad abbozzare nella furia di eliminare le Province, sono molto più urgenti”.

Smentito da autorevoli studi il prospettato beneficio economico (ne segnalavano e segnalano l’inconsistenza). Il governo, per bocca di alcuni suoi ministri e dello stesso Letta, è intenzionato a non mollare l’osso, riproponendo con forza la questione delle riforme e, quindi, dei tagli alle Province, riducendole a enti di secondo livello. Con le spinte contrapposte, i campanilismi, le rendite elettorali da salvaguardare, vogliamo vederli i signori politici lavorare di cesello per ridisegnare i confini e la nuova mappa geo-politica della nazione. A discapito, è evidente, della marea di grane che dovrebbero avere la priorità rispetto a questa specifica vicenda. Un macello.

A lunedì e buon finesettimana.

venerdì 5 luglio 2013

Blognote /3 Oltre il titolo

Poche parole per la blognota odierna, in fin dei conti non avrebbe nemmeno senso scrivere molto. Sappiamo tutti che su internet un articolo troppo lungo viene scartato a prescindere. Lo facciamo tutti, succede per mancanza di tempo, a volte c'è una sorta di scoraggiamento, come i libri troppo voluminosi da leggere per scuola. Però secondo me l'elemento principale è la scarsa attenzione del navigante medio, unita ad una capacità di concentrazione che il mezzo stesso riduce drasticamente.

troppo-internet-adolescentiSu internet troviamo le notizie, tutte le notizie, tante notizie. Manca però l'approfondimento, almeno il più delle volte si va poco oltre al titolo, qualche parola qua e là ma che non siano articoli troppo lunghi oppure. E' la moda del link, del condividere titoli o foto con brevi annotazioni. Potremmo anche dire che la rete sia il regno degli slogan, delle frasi ad effetto, fatte girare e commentate all'inverosimile sui vari social network.

Un controsenso a pensarci bene. Abbiamo accesso a tutte le informazioni ma ci fermiamo agli indici. A peggiorare le cose in Italia ci troviamo alle prese con una divisione da stadio, i tifosi delle varie squadre (destra, sinistra, estrema sinistra, grillini, estrema destra, sinistra moderata, centro, ecc...) con tanto di hooligans. E cosa fanno questi tifosi? Cercano e trovano le notizie, i link, i titoli che più si avvicinano alle loro squadre, pochi, pochissimi cercano la verità approfondendo. Non serve, non conta quando c'è lo slogan da gridare, in curva, negli stadi di questa nuova generazione, i social network.

Ma c'è anche un lato positivo, fatto di persone che desiderano capire, scoprire, sapere, stupirsi ed informarsi. E' un club ristretto e del quale vorrei far parte, per riuscire ad andare oltre al titolo. L'ingresso è lì, lo possiamo vedere, stretto e scomodo ma c'è...

A domani.

giovedì 4 luglio 2013

Blognote /2 Dimmi con chi vai…

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Si sente spesso parlare di coincidenze, ma non ci si fa troppo caso, forse in fondo nemmeno ci crediamo. Ma stasera è di una coincidenza che voglio scrivere. Riflettevo oggi sul fatto che non sia tanto importante il come o il cosa, ma quanto il con chi. L'ho persino tuittato (si perché io tuitto, tu tuitti ...) niente di che, uno di quei pensieri che vengono ogni tanto. Scritto nemmeno troppo bene, ma il concetto era chiaro.

La cosa che mi ha lasciato perplesso è stato trovare casualmente la vignetta di Snoopy che potete vedere qui di fianco. Leggiamo traducendo alla buona: "nella vita, non conta dove vai ma chi fa il viaggio assieme a te"

Segni, coincidenze o casualità? Non saprei dire, però pensare una cosa e poco dopo leggerla in un fumetto scritto chissà quanti anni fa lascia una strana sensazione. No, non di paura, di sorpresa piuttosto. Piccole cose, piccoli segnali ma che mi convincono sempre più che poche cose accadano per caso. Chissà a quanti fra di voi è successo qualcosa di simile, chissà se c'era un perché, chissà…

A domani. ..

mercoledì 3 luglio 2013

Blognote /1 Chi ben comincia…

images (2)Un blog è per definizione un luogo di sperimentazione. Oggi voglio partire con un nuovo viaggio per questo piccolo spazio. Dei post, o meglio delle piccole #blognote (come si scriverebbe su twitter) al giorno o quasi...eccomi, lo sapevo, si comincia bene, non sono nemmeno a metà del primo post e sto già mettendo la tastiera avanti. Lo so, non piace molto nemmeno a me quel quasi, ma credo sia meglio metterlo visto che mi conosco abbastanza bene da sapere quanto sia appropriato.

Si ma cosa sarebbero queste #blognote? Tanto per dirla tutta non l’ho del tutto chiaro nemmeno io, almeno non si preciso. Dovrebbe trattarsi di un post di poche righe al giorno su una notizia, una foto, una frase colta qua e là o semplicemente un pensiero.

Niente di impegnativo o di pretenzioso, per carità, non preoccupatevi. Sarà quasi un esercizio di stile (ammesso che ce ne sia uno). Anzi dirò di più, essendo un blog autoreferenziale per natura non vi nascondo che scriverò innanzitutto per me, per sfidarmi, per confrontarmi con me stesso.

Ovvio che se fra i ventitré lettori della Stanza qualcuno avrà la gentilezza, il tempo o la voglia di leggermi e perché no di commentare (hai visto mai ci sia qualche temerario o temeraria) sarà il benvenuto. Che dire di più? Buon viaggio.

Si parte!

giovedì 6 giugno 2013

#MAX20 il mito continua…

Non posso non essere di parte nel parlare di Max Pezzali, le sue canzoni hthemusik_max_pezzali_max_20_album_l_universo_tranne_noianno accompagnato la mia vita fin da quella canzone “fumettosa” e tanto diversa sa tutto ciò che avevo sentito fino ad allora “Hanno Ucciso L’Uomo Ragno”.  Qui però si va oltre la partigianeria, verso il capolavoro e oltre. L’anno scorso in occasione dei vent’anni dall’uscita Max ci ha regalato una riedizione speciale di quel primo album fatta di duetti con i rapper del momento. Quest’anno però si è superato. Il nuovo album che celebra il cantante pavese è uno di quei dischi che BISOGNA avere nella propria collezione musicale MAX20.

972305_10151429352606850_1246216164_nMax20 è innanzitutto un disco che lega Max alla musica italiana, se qualcuno ancora avesse avuto delle remore snobistiche riguardo le canzoni di Max/883, ora non ha più scuse. Quattordici duetti con altrettanti grandi della canzone italiana.

Da Eros Ramazzotti a Davide Van de Sfroos, dai “coetanei” Jovanotti, Fiorello, Nek e Grignani a Cesare Cremonini e Giuliano Sangiorgi (Negramaro). Passando per grandissimi nomi del calibro di Claudio Baglioni, Antonello Venditti ed Edoardo Bennato. Spazio anche a Raf, Francesco Renga ed Elio.

Da non perdere “Quello che capita” cantata assieme a Venditti, “Tieni il Tempo” arricchita da nuove strofe cantate da Jovanotti, “Nessun Rimpianto” con uno straordinario Nek e “Rotta x casa di dio” con un ispirato e stralunato Gianluca Grignani.

images (3)Ma Max20 è anche 5 inediti e la riunificazione del duo Pezzali/Repetto se non definitiva almeno per lo spazio di due canzoni, le prime due. Due canzoni che sembrano due facce della stessa medaglia, la prima (contenente addirittura un featuring del figliol prodigo Mauro.”Welcome Mr.President”) dove si da il benvenuto ad un fantomatico Presidente unico di tutta l’umanità e la seconda “Il presidente di tutto il mondo” che è il programma del candidato Max alla presidenza appunto del mondo intero. Allegra e scanzonato il terzo inedito “I Cowboy non mollano”, ma la sorpresa è al quarto inedito. “Ragazzo Inadeguato” qui Max ritrova la sua vena migliore e ci regala un pezzo che entra di diritto nelle gemme della carriera dell’ex-883 DA NON PERDERE. Quinto inedito il singolo di lancio del disco la melodica “L’Universo Tranne Noi”.

giovedì 25 aprile 2013

Pensieri sparsi /3

Sembra quasi che ci stiano prendendo in giro, la certezza non c'è ma non dovrò aspettare ancora molto per saperlo. Ma tant'è, questo abbiamo. Inutile arrabbiarsi per qualcosa che si può cambiare. Una volta fatto il possibile non resta che affidarsi e sperare. Questa prospettiva è tranquillizzante, almeno a me fa questo effetto.

mercoledì 26 dicembre 2012

Scrivere con una stilografica.

Scrivere con una stilografica. Quanto tempo. Ho scritto per anni solo con la stilografica, poterlo rifare mi regala sensazioni che credevo di aver scordato. Non è come scrivere con una penna qualsiasi, è uno stato d'animo, un modo di essere. Qualcosa che fa riacquistare il piacere di scrivere.

Quello che c'era una volta, lo ricordo bene, è lo stesso che computer e cellulari sempre più complessi ci hanno rubato. Il piacere di scrivere. La magia delle parole che nascono da un foglio bianco. La fantasia che torna protagonista, non più mediata da uno schermo e da una tastiera fredda e distaccata.

Il piacere di sbagliare, dell'imperfezione che si fa maestra. Scrivere coinvolgendosi, scrivere senza altro impedimento se non il foglio e l'inchiostro. Ritrovare quella concentrazione che fa sparire tutto il resto, che trascina in un mondo di sensazioni non filtrate da twitter o da facebook.

Scrivere con una stilografica per tornare ad essere noi stessi.

domenica 11 novembre 2012

Pensieri Sparsi /2

E parole su parole si susseguono in un continuo rincorrersi. Nessun riferimento a quello che conta davvero. Viene solamente da dire BASTA, non voglio più ascoltare, non voglio più sentire. Ma non si può, lasciare tutto a queste voci è inconcepibile. Per questo vado avanti, anche se fa male, anche se non sembra servire. Avanti perché è importante, perché è giusto.


Gli Spari Sopra 
(Vasco Rossi)


Se siete "quelli comodi" che "state bene voi"... 
Se altri vivono per niente perché i "furbi" siete voi....vedrai che 
questo posto, questo posto... 
IS BEAUTIFUL!!!!!!! 
SE siete "Ipocriti Abili"....non siete mai colpevoli 
SE non state mai coi deboli, e avete buoni stomaci.... 
SORRIDETE! ........gli spari sopra....SONO PER NOI ! 
SORRIDETE!.........gli spari sopra....SONO PER NOI ! 
(ed) È sempre stato facile fare delle Ingiustizie ! 
Prendere, Manipolare, Fare credere!........ma adesso 
State più attenti! 
Perché ogni cosa è scritta! 
E se si girano gli eserciti e spariscono gli Eroi 
Se la guerra (poi adesso) cominciamo a farla noi 
NON SORRIDETE........GLI SPARI SOPRA.......SONO PER VOI ! 
NON SORRIDETE........GLI SPARI SOPRA.......SONO PER VOI !!!!!! 

VOI abili a tenere sempre un piede qua e uno là 
AVRETE un avvenire certo in questo mondo qua 
però la DIGNITÀ!!!!! 
Dove l'avete PERSA! 
E SE per sopravvivere.....qualunque porcheria 
Lasciate che succeda...e dite "non è colpa mia"..... 
SORRIDETE.........GLI SPARI SOPRA........SONO PER NOI! 
SORRIDETE.........GLI SPARI SOPRA........SONO PER NOI! 
SORRIDETE.........GLI SPARI SOPRA........SONO PER NOI! 

martedì 16 ottobre 2012

Pensieri Sparsi /1

Dicono che il mondo sia bello perché vario. Potrebbe anche essere vero. Bisognerebbe però essere in grado di vederla quella bellezza. Il libro che sto leggendo ora parla appunto di questo. Come vedere la bellezza del mondo e delle persone che troviamo sul nostro cammino? Amando. Dice il libro. Bisogna amare, andando oltre le imperfezioni, amare nonostante tutto, amare senza chiedere di essere ricambiati.

Che bello. Un sogno sarebbe saperlo fare, che tutti sapessimo farlo. Io non ne sono ancora capace, troppe brutture mi bloccano, troppe ingiustizie, troppe soverchierie, prepotenze perpetrate in nome delle cose più assurde. Non c'è più nulla di giusto o di sbagliato in assoluto. Dipende. Dicono.

Tutto si può fare fuorché dire quello che si pensa se non è seguire la massa. Io non riesco ad uniformarmi, il mondo corre ad un'altra velocità. Vedo un burrone ma non si può dire. Eppure il consiglio del libro è affascinante. Ama. Non fermarti alle apparenze, ama l'essenza. Che bello sarebbe saperlo fare davvero.

giovedì 4 ottobre 2012

Cercando qua e la per il web

E' ormai qualche tempo che provo a fare il "blogger" anche se non so ancora bene cosa significhi di preciso questo termine. Cercando su Wikipedia si legge: "blogger si definiscono coloro che pubblicano, più o meno periodicamente, contenuti multimediali, in forma testuale o in forma di post, concetto assimilabile o avvicinabile ad un articolo di giornale su un blog". Bene, ma qui c'è un'altro ostacolo da superare, cosa significa blog? A grandi linee so che dovrebbe trattarsi di un sito personale, gestito da una persona per scopi non commerciali, in genere per scrivere di cosa piace o succede. Su Wikipedia leggo: "Nel gergo di Internet, un blog (blɔɡ) è un particolare tipo di sito web in cui i contenuti vengono visualizzati in forma cronologica." non è chiaro, infatti continuando a leggere si trova: "Il termine blog è la contrazione di web-log, ovvero "diario in rete". 

Ecco qui mi ci ritrovo meglio, o peggio perché non riesco a capire come un blog in cui parlo degli affari miei possa interessare qualcun altro, ma tant'è. Certamente la nascita dei Social Network ha tolto ulteriore appeal ai blog-diario ed in effetti cercando qua e la per il web si trovano blog-tematici, quello con le ricette, quello che parla di politica, quello che parla di libri. Ma è realmente così? Oppure in ognuno di questi blog si possono ancora trovare indizi più o meno personali? Oggi ho visto, oggi ho fatto. 

Sempre più confuso mi sono rivolto ad un sito che prometteva di darmi quantomeno un indirizzo nel mare del mondo dei blog. Il sito è quello del Blogfest, tenutosi qualche giorno fa proprio qui vicino a casa mia, a Riva del Garda. Fra i vari blog vincitori il numero di quelli che sembra si parlino addosso è impressionante. Blog autoreferenziali per lo più, tematici si ma non troppo. Eppure di successo, per visite e commenti. Quindi cosa deve avere un blog per attirare lettori? 

Uno dei blog in elenco vede fra i suoi post uno che fa: "...Sono contento di essere andato a correre, stamattina oltretutto non ho niente male da nessuna parte, che era un po’ la mia paura, ma la sensazione non l’ho persa, quella gioia di andare in giro per le campagne...". Ebbene? Sapete quanti commenti ad uno scritto così? 12! Si, li ho contati. Notizie utili nel post? Zero. Opinioni interessanti nel post? Zero. Quindi? Deve esserci qualcosa che mi sfugge, cosa spinge una persona a leggere un blog? Questo è il centro del problema, secondo punto è che io non posso usare me stesso come parametro di riferimento. Infatti non leggerei mai un blog dove un tizio dice che è andato a correre. Piuttosto cercherei un luogo dove confrontarmi, leggere opinioni e dire la mia. Oppure cercherei un blog dove qualcuno che ne sa più di me su un argomento specifico, mi possa raccontare qualcosa che possa essermi utile.

Al termine di questo lungo soliloquio che difficilmente interesserà qualcuno che non sia io, che dire? Di sicuro non so ancora bene di preciso cosa significhi essere un blogger. Atrettanto di sicuro continuerò a farlo, bene o male non sta a me dirlo, ma assolutamente con passione.

Alla prossima. V

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